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Open Access Week 2025: Who Owns Our Knowledge?

Daniela Armocida, Università di Roma La Sapienza; Alessandra Boccone, Università di Salerno; Benedetta Calonaci,, Università di Firenze; Tania Maio, Università di Salerno; Leonarda Martino, Università di Bologna; Angelica Masciullo, Università del Salento; Irene Piergentili, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare; Marcello Ranieri, Università di Bologna; Joseph Frank Rogani, Università della Calabria.

Il tema della Open Access Week di quest’anno pone una domanda cruciale su come, in un’epoca di profonde trasformazioni, le comunità possano riaffermare il controllo sulla conoscenza che producono. La domanda “Who Owns Our Knowledge?” ci invita a riflettere non solo su chi abbia accesso all’istruzione e alla ricerca, ma anche su come la conoscenza venga creata e condivisa, da dove provenga e quali voci siano riconosciute e valorizzate.

Sappiamo che la produzione scientifica in OA è in costante crescita, ma la sua discoverability – ossia la possibilità di essere trovata e utilizzata – rimane una sfida aperta: spesso le versioni di uno stesso lavoro sono sparse tra repository, siti personali, archivi istituzionali e piattaforme editoriali, senza un vero legame tra loro.

Le biblioteche accademiche, che da tempo promuovono l’accesso aperto, oggi sono chiamate a un nuovo ruolo: non solo sostenere i ricercatori nella pubblicazione in OA, ma anche garantire la visibilità e l’integrazione delle risorse nei propri cataloghi e discovery tool.

L’unità di ricerca di OCLC Research sta indagando il tema della disponibilità e reperibilità dei prodotti ad accesso aperto attraverso l’Open Access Discovery Project.

Ispirandosi proprio all’esperienza olandese, al Convegno delle Stelline 2025, durante la sessione Promuovere l’Open Access: una sfida per le biblioteche nell’era dell’interdisciplinarità, proposta da OCLC, il tema è stato al centro di un confronto interattivo. Ai circa sessanta partecipanti, quasi tutti bibliotecari accademici, è stato somministrato in diretta un questionario di sei domande, con l’obiettivo di raccogliere dati, esperienze e percezioni sullo stato dell’arte in Italia. Le risposte hanno offerto un quadro variegato, ricco di spunti e criticità.

Le risposte dei bibliotecari

In primo luogo, l’impegno delle biblioteche per migliorare la visibilità delle risorse OA sembra essere un percorso a più velocità. Alcuni atenei hanno avviato già da anni politiche di discoverability, lavorando su repository istituzionali, collezioni digitali e discovery tool. Altri, invece, stanno muovendo solo ora i primi passi.

Anche la produzione di policy istituzionali sull’Open Access rimane un nodo ancora aperto. La maggioranza dei bibliotecari ha dichiarato di seguire le linee guida generali emanate dal proprio ateneo. Tuttavia, non mancano situazioni in cui la biblioteca si affida a regolamenti interni, o casi in cui non esiste alcuna policy ufficiale.

Questo dato solleva un problema cruciale: senza un quadro normativo chiaro e condiviso, è difficile costruire strategie efficaci per la diffusione dell’OA. Non si tratta solo di aumentare il numero di pubblicazioni accessibili, ma anche di stabilire responsabilità e ruoli precisi tra ricercatori, biblioteche e amministrazioni.

Per quanto riguarda le attività svolte dalle biblioteche in materia di OA, dai commenti emersi durante la discussione si percepisce chiaramente che le biblioteche stanno assumendo un ruolo educativo, cercando di sensibilizzare la comunità accademica non solo sull’importanza di pubblicare in OA, ma anche sulla necessità di saper ricercare e utilizzare queste risorse.

Repository e metadati: il cuore della discoverability

Uno dei punti più rilevanti del questionario riguarda i sistemi utilizzati per creare ed esporre i metadati. La quasi totalità dei partecipanti ha indicato il repository istituzionale come strumento principale, seguito dalle university press e, in misura minore, da discovery tool e archivi aperti.

Questo dato ribadisce un aspetto centrale: i repository non sono semplici depositi digitali, ma ambienti in cui la qualità della metadatazione determina la visibilità delle pubblicazioni. Non a caso, la maggioranza ha riconosciuto il ruolo cruciale dei bibliotecari nella validazione dei metadati, anche quando questi vengono inizialmente inseriti dagli autori.

È emerso però un nodo critico: molti ricercatori non hanno tempo o motivazione per compilare metadati accurati. Senza l’intervento della biblioteca, il rischio è che documenti preziosi restino poco visibili o addirittura “invisibili”.

Parallelamente, è stato sottolineato come la formazione rivolta ai ricercatori rimanga essenziale: comprendere l’importanza dei metadati, delle licenze e degli identificatori persistenti significa aumentare non solo la reperibilità, ma anche l’impatto scientifico delle proprie pubblicazioni.

Conclusioni: la sfida della collaborazione

Dalla discussione promossa da OCLC al Convegno delle Stelline 2025, emerge una forte attenzione, anche in Italia, verso l'open access, ma anche una grande eterogeneità di pratiche e di livelli di maturità.Le biblioteche accademiche si trovano in prima linea, ma non possono affrontare da sole la sfida della discoverability: servono policy istituzionali chiare, il coinvolgimento dei ricercatori e il supporto delle amministrazioni.

Il Convegno delle Stelline 2025 ha rappresentato solo un primo passo. La fase successiva sarà un’indagine nazionale, patrocinata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e dall’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), che permetterà di raccogliere dati su scala più ampia e di delineare strategie comuni. L’auspicio è che possa consolidarsi una rete di collaborazione capace di trasformare l’OA da semplice disponibilità a vera accessibilità.

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